
Case Green (EPBD IV): cosa prevede per l'automazione e perché l'Italia è in ritardo
Oltre gli slogan: cosa dice davvero la Direttiva Case Green su automazione, residenziale e Smart Readiness Indicator, a che punto è il recepimento in Italia e perché la s...
Aggiornato al 19 ottobre 2026
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Se ne parla da due anni, quasi sempre con toni accesi: "la direttiva che obbligherà a ristrutturare casa", "l'Europa che vuole decidere come scaldiamo le nostre abitazioni". Della Direttiva (UE) 2024/1275 sulla prestazione energetica degli edifici, la cosiddetta Case Green o EPBD IV, si è discusso molto di slogan e poco di contenuti. Eppure, per chi progetta, realizza e gestisce edifici, è il testo che disegnerà il mercato dei prossimi vent'anni. E contiene capitoli interi dedicati all'automazione, che in Italia quasi nessuno sta raccontando.
A che punto siamo
La direttiva è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea nel maggio 2024, e gli Stati membri avevano tempo fino al 29 maggio 2026 per recepirla. Nessuno ci è riuscito: il 15 luglio la Commissione europea ha aperto una procedura d'infrazione contro tutti e ventisette i Paesi, Italia compresa. Già a marzo l'Italia era stata richiamata per non aver trasmesso il piano nazionale di ristrutturazione degli edifici, previsto entro la fine del 2025.
Sul fronte interno, il Governo ha annunciato di voler inserire il recepimento nella legge di delegazione europea 2026, attualmente all'esame del Parlamento: solo dopo la sua approvazione potrà essere adottato il decreto legislativo che porterà la direttiva nel nostro ordinamento. In altre parole, il percorso è avviato, ma i tempi non sono ancora definiti.
Il quadro generale in poche righe
L'obiettivo di fondo è un parco edilizio a emissioni zero entro il 2050. Per arrivarci, la direttiva introduce gli edifici a emissioni zero come nuovo standard per le costruzioni nuove: dal 2028 per gli edifici pubblici, dal 2030 per tutti. Per il residenziale esistente fissa una traiettoria di riduzione del consumo medio di energia primaria del parco nazionale, con tappe al 2030 e al 2035, lasciando agli Stati la scelta di come raggiungerla. Per il non residenziale chiede di intervenire progressivamente sugli edifici con le prestazioni peggiori.
Accanto a questo, la direttiva interviene sull'installazione di impianti solari negli edifici, sull'uscita progressiva dalle caldaie a combustibili fossili, su attestati di prestazione energetica più armonizzati a livello europeo e sul passaporto di ristrutturazione, uno strumento per pianificare gli interventi nel tempo. Sono i temi che hanno fatto più notizia. Ma non sono gli unici.
L'automazione al centro: cosa dice l'articolo 13
Per il nostro settore il passaggio chiave è l'articolo 13, dedicato ai sistemi tecnici per l'edilizia. La direttiva chiede agli Stati di stabilire che, dove tecnicamente ed economicamente fattibile, gli edifici non residenziali siano dotati di sistemi di automazione e controllo: entro il 31 dicembre 2024 quelli con impianti di riscaldamento, condizionamento o ventilazione combinata di potenza nominale utile superiore a 290 kW, ed entro il 31 dicembre 2029 quelli oltre i 70 kW.
Quella seconda soglia è la vera svolta. A 290 kW parliamo di grandi edifici: ospedali, centri commerciali, sedi direzionali. A 70 kW entra in gioco una platea enorme di edifici medi: scuole, piccoli uffici, alberghi, strutture sportive, negozi. È lì che si giocherà la partita del mercato dell'automazione nei prossimi anni.

La direttiva non si limita a chiedere "un sistema": descrive anche cosa deve saper fare. Deve monitorare, registrare e analizzare in modo continuo l'uso dell'energia; confrontare l'efficienza dell'edificio, individuare le perdite di efficienza degli impianti e segnalarle a chi gestisce l'edificio; comunicare con gli impianti collegati ed essere interoperabile con tecnologie, dispositivi e produttori diversi; e, dal 29 maggio 2026, monitorare anche la qualità degli ambienti interni. In una frase: niente più isole chiuse, e niente più impianti di cui nessuno guarda i dati.
La novità per il residenziale
Meno conosciuta, ma altrettanto importante, è la parte dedicata alle abitazioni. Dal 29 maggio 2026, dove tecnicamente ed economicamente fattibile, gli edifici residenziali nuovi o sottoposti a ristrutturazione importante dovranno essere dotati di un monitoraggio elettronico continuo dell'efficienza degli impianti, che avvisi proprietari o amministratori quando qualcosa cambia o serve manutenzione; di regolazioni efficaci per produzione, distribuzione, accumulo e consumo dell'energia; e della capacità di reagire a segnali esterni, adeguando i consumi. Gli Stati possono escludere le case monofamiliari quando i costi superano i benefici.
Detto in altri termini, la casa nuova o ristrutturata dovrà essere capace di misurarsi e di dialogare con la rete. È esattamente il terreno della domotica progettata bene, ben oltre il telecomando delle tapparelle.
Lo Smart Readiness Indicator
Il terzo pilastro è lo Smart Readiness Indicator, lo schema europeo che misura quanto un edificio è pronto a usare le tecnologie intelligenti: adattarsi agli occupanti, ottimizzare i consumi, offrire flessibilità alla rete. Oggi è facoltativo, ma la direttiva ne rafforza il ruolo e prevede che la Commissione definisca, entro il 30 giugno 2027, le modalità per applicarlo agli edifici non residenziali oltre i 290 kW. È probabile che diventi, nei prossimi anni, una sorta di "seconda pagella" accanto all'attestato energetico.
Cosa significa per l'Italia, in pratica
Il ritardo nel recepimento non deve trarre in inganno. Una parte degli obblighi è già arrivata per altre strade: il nuovo Decreto Requisiti Minimi ha reso obbligatori i BACS in classe B negli edifici non residenziali oltre i 290 kW, e il Conto Termico 3.0 incentiva l'automazione con lo stesso riferimento tecnico. La soglia dei 70 kW, il monitoraggio della qualità dell'aria interna e i requisiti per il residenziale arriveranno con il decreto di recepimento.
Un esempio aiuta a capire la portata. Una scuola media di provincia con una centrale termica da 120 kW oggi non rientra nell'obbligo dei 290 kW, e molto probabilmente non ha alcun sistema di automazione degno di questo nome. Con la soglia dei 70 kW entrerà nel perimetro: servirà un sistema che regoli il riscaldamento aula per aula, misuri i consumi, segnali le anomalie e controlli la qualità dell'aria. Moltiplicato per migliaia di scuole, uffici e alberghi, è un cambiamento di scala per tutto il settore.
Per chi progetta oggi un edificio che resterà in piedi per cinquant'anni, aspettare non ha senso. Un sistema progettato secondo l'articolo 13, aperto, interoperabile, capace di misurare e di segnalare, è conforme a ciò che arriverà e conviene già adesso, perché riduce i consumi e il valore dell'immobile ne beneficia. Per chi gestisce edifici medi, il 2029 è più vicino di quanto sembri: è il momento di capire quali immobili supereranno i 70 kW e di programmare gli interventi con calma, invece di inseguire una scadenza.
La Case Green non è la direttiva che obbligherà tutti a rifare casa domani. È la direttiva che renderà l'intelligenza degli edifici la normalità. E per chi lavora in questo settore, è la migliore notizia degli ultimi anni.
Domande frequenti
Cos'è la Direttiva Case Green (EPBD IV)?
È la Direttiva (UE) 2024/1275 sulla prestazione energetica degli edifici, che punta a un parco edilizio a emissioni zero entro il 2050 e introduce, tra l'altro, gli edifici a emissioni zero per le nuove costruzioni, obiettivi di riduzione dei consumi per il residenziale e requisiti sui sistemi di automazione.
L'Italia ha recepito la Case Green?
Non ancora. La scadenza era il 29 maggio 2026 e il 15 luglio la Commissione europea ha aperto una procedura d'infrazione contro tutti gli Stati membri. Il Governo ha annunciato l'inserimento del recepimento nella legge di delegazione europea 2026.
Cosa prevede la Case Green per l'automazione degli edifici?
L'articolo 13 chiede sistemi di automazione e controllo negli edifici non residenziali con impianti oltre 290 kW entro il 2024 e oltre 70 kW entro il 2029, dove tecnicamente ed economicamente fattibile, con monitoraggio continuo dei consumi, interoperabilità e, dal 29 maggio 2026, monitoraggio della qualità dell'aria interna.
Ci sono obblighi anche per le abitazioni?
Sì. Dal 29 maggio 2026, dove fattibile, gli edifici residenziali nuovi o in ristrutturazione importante devono avere monitoraggio elettronico continuo dell'efficienza degli impianti, regolazioni efficaci e capacità di reagire a segnali esterni. Gli Stati possono escludere le case monofamiliari quando i costi superano i benefici.
Alessio Vannuzzi è ingegnere elettronico, CEO di Ohmega Progettazioni e KNX Tutor. Coordina KNX Professionals Italia ed è membro del CEI CT 205 e della commissione UNI/CT 272 del CTI. Dal 2009 progetta impianti di home e building automation e forma i professionisti del settore.
